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Gilgamesh album omonimo di debutto

16-10-2026 08:00

FrancescoProg

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Gilgamesh album omonimo di debutto

L’album omonimo di esordio dei Gilgamesh, uscito nel 1975, è una vera gemma nascosta della Canterbury scene britannica...

Gilgamesh album omonimo di debutto, del 1975.

 

Ho già parlato dei Gilgamesh e in dettaglio della loro straordinaria formazione nella recensione del loro secondo e ultimo album “Another Fine Tune You've Got Me Into” del 1978.

 

L’album omonimo di esordio dei Gilgamesh, uscito nel 1975, è una vera gemma nascosta della Canterbury scene britannica.  Guidati dal tastierista e compositore Alan Gowen, il disco è una miscela di progressive rock e avant-garde jazz.

La band è nata nel 1972 grazie all’idea di Gowen e del batterista Mike Travis. Prima di trovare la formazione giusta e la stabilità necessaria per il primo album, hanno avuto un po’ di cambi di formazione, ospitando per un po’ anche musicisti famosi di Canterbury come Richard Sinclair dei Caravan e Mont Campbell degli Egg.

 

Poco prima di registrare, il bassista Neil Murray (che poi sarebbe entrato nei Whitesnake) ha lasciato il gruppo per unirsi ai Colosseum II, così è tornato il bassista originale, Jeff Clyne. Con la formazione definitiva, insieme al chitarrista Phil Lee, hanno firmato con la Caroline Records.

 

Hanno registrato l’album nei mitici Manor Studios della Virgin.  Un ruolo fondamentale per il successo del disco è stato quello di Dave Stewart (all’epoca tastierista degli Hatfield and the North), che ha co-prodotto l’album. Tra Stewart e Gowen è nata una grande amicizia e una sintonia artistica così forte che, dopo l’uscita del disco e lo scioglimento degli Hatfield, hanno deciso di mettere da parte i Gilgamesh per fondare i National Health.  Per questo motivo, l’album omonimo è rimasto un unicum, fino a quando Gowen non ha riformato la band nel 1977 per un secondo e ultimo album.

 

Il nome della band, e di conseguenza del disco, si ispira a Gilgamesh, il mitico re di Uruk protagonista dell’Epopea di Gilgamesh, il testo mitologico più antico che ci sia.  A quei tempi, nella scena di Canterbury, era una moda scegliere nomi che evocassero qualcosa di speciale, spesso presi dalla letteratura classica, dalla mitologia o dal fantasy.  Nel caso del gruppo di Alan Gowen, il nome richiamava proprio l’idea di un viaggio epico e di esplorazione, che si rispecchiava perfettamente nella struttura intricata e avventurosa delle loro canzoni.

 

Lo stile di Gilgamesh è un mix di Jazz-Rock e Progressive d’avanguardia, con un tocco più intimo e riflessivo rispetto ai contemporanei Soft Machine o Mahavishnu Orchestra. 

 

L’album si distingue per l’assenza quasi totale di distorsioni aggressive, preferendo tonalità calde, melodie sinuose e una complessità ritmica e armonica che si cela dietro un’apparente leggerezza esecutiva.

 

Al centro del disco è il dialogo costante tra il pianoforte elettrico Fender Rhodes di Alan Gowen, spesso arricchito da sintetizzatori e Mellotron, e la chitarra jazz pulita e fluida di Phil Lee. I due musicisti non si sovrappongono mai, ma si incastrano alla perfezione, creando un interplay davvero coinvolgente.

 

La sezione ritmica, composta dal basso jazz di Jeff Clyne e dalla batteria geometrica di Mike Travis, non si limita a tenere il tempo, ma crea un tappeto in continuo mutamento, ricco di tempi dispari e cambi di atmosfera improvvisi.

 

I vocalizzi eterei e cristallini di Amanda Parsons vengono usati come un vero e proprio strumento aggiunto. Senza cantare alcun testo, la sua voce raddoppia le linee melodiche delle tastiere, donando al disco un’atmosfera sognante e quasi celestiale.

 

L’influenza di Dave Stewart, co-produttore dell’album, si avverte nella pulizia dei suoni e nella struttura delle composizioni, che anticipa la complessità del loro successivo progetto comune, i National Health.

 

I momenti più alti del disco secondo me sono:

 

“One End More / Phil’s Little Dance / Worlds of Zin” la suite d’apertura, che dura oltre 10 minuti, è il biglietto da visita della band. Inizia con un tocco delicato, poi si evolve grazie a un assolo di chitarra jazzato di Lee, che si chiama “Phil’s Little Dance”.  Infine, arriva “Worlds of Zin”, dove i sintetizzatori di Gowen creano un’atmosfera da film di fantascienza, supportati da una sezione ritmica che non si ferma mai.

 

“Island of Meaning” è il brano più breve, ma incredibilmente ricco di spunti. È uno dei pezzi più belli composti da Alan Gowen, con il piano elettrico che fluttua su accordi complessi.  Il titolo, “L’isola del significato”, descrive perfettamente questo momento di calma.

 

“We Are All / Someone Else’s Food / Jamo and Other Boating Disasters” è secondo me un capolavoro, una suite che è il momento più energico e sperimentale del disco.  La transizione tra la prima parte, più melodica ed eterea, con la voce di Amanda Parsons, e la seconda, un jazz-rock sincopato e imprevedibile che racconta i “disastri nautici” del titolo, mostra un affiatamento eccezionale.

 

Insolita la copertina che rappresenta un gioco da tavolo surreale. L’artwork è stato realizzato da Celia Welcomme, che all’epoca era la compagna del leader Alan Gowen. Il concetto della copertina è una reinterpretazione umoristica e stilizzata del classico gioco da tavolo per bambini “Scale e Serpenti”.  Lungo il percorso del gioco, troverete delle regole a tema rock ’n’ roll e degli aneddoti legati alla band, tipo: “Il chitarrista beve 10 birre Carlsberg. Squalificato dal gioco” o riferimenti ai “disastri nautici” che vengono menzionati nei brani. Un contrasto visivo spiazzante, con una copertina che introduce con leggerezza un disco che in realtà nasconde una complessità compositiva notevole.

 

Il debutto dei Gilgamesh è un gioiello del jazz-prog fusion britannico di grande eleganza e raffinatezza, di incredibile abilità nell’eseguire partiture complesse, con tempi dispari e incastri ritmici che farebbero impallidire chiunque, mantenendo una fluidità e una morbidezza che rendono l’album piacevolissimo da ascoltare, senza mai risultare pesante o pretenzioso. L’album ha consacrato Gowen come uno dei compositori e arrangiatori più talentuosi della scena, paragonabile a Dave Stewart per la sua visione musicale unica e innovativa.

 

L’album è delicato e privo di quella spinta aggressiva che caratterizzava altre band fusion dell’epoca. L’atmosfera è sempre rilassata e soft-jazz, senza picchi dinamici o improvvisazioni esplosive tipiche di gruppi come la Mahavishnu Orchestra.

 

Pubblicato nel 1975, l’album è arrivato nei negozi proprio mentre l’interesse del pubblico (e della stessa etichetta) per il prog rock stava calando, a causa dell’imminente esplosione del punk, quindi il disco non ha avuto un grande successo commerciale. Resta però un disco bellissimo e importantissimo per capire la nascita del successivo supergruppo National Health. Eccellente!

 

La Mia Versione

Etichetta: Klimt Records – MJJ416CR
Formato: Vinile, LP, Album, Reissue, Stereo, Red Translucent
Paese: France
Uscita: 10 set 2021

 

Tracklist

One End More / Phil's Little Dance - For Phil Millers Trousers / Worlds Of Zin    (10:45)
A1.a        One End More
A1.b        Phil's Little Dance - For Phil Millers Trousers
A1.c        Worlds Of Zin
A2        Lady And Friend 3:45
A3        Notwithstanding 4:45
B1        Arriving Twice 1:35
Island Of Rhodes / Paper Boat - For Doris / As If Your Eyes Were Open    (6:40)
B2.a        Island Of Rhodes
B2.b        Paper Boat
B2.c      -  As If Your Eyes Were Open
B3        For Absent Friends 1:10
We Are All / Someone Else's Food / Jamo And Other Boating Disasters (From The Holiday Of The Same Name)    (7:50)
B4.a        We Are All
B4.b        Someone Else's Food
B4.c        Jamo And Other Boating Disasters (From The Holiday Of The Same Name)
B5        Just C 0:45

 

Lineup

Double Bass, Bass Guitar – Jeff Clyne
Drums, Percussion – Michael Travis
Electric Guitar, Acoustic Guitar, Twelve-String Guitar, Classical Guitar – Phil Lee
Piano, Electric Piano, Clavinet, Synthesizer, Mellotron – Alan Gowen
Producer – Dave Stewart, Gilgamesh
Voice – Amanda Parsons

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