Non Solo Prog: Machine Head dei Deep Purple, album del 1972.
Machine Head, il sesto album in studio dei Deep Purple, è un vero e proprio pilastro dell’hard rock e del pre-heavy metal.
Il disco è stato registrato dalla mitica formazione Mark II, con Ritchie Blackmore alla chitarra, Ian Gillan alla voce, Roger Glover al basso, Jon Lord alle tastiere e Ian Paice alla batteria.
La storia della sua creazione è davvero avventurosa e quasi cinematografica, tanto che è stata raccontata nel testo del loro brano più famoso, Smoke on the Water.
Nel dicembre 1971, i Deep Purple arrivano a Montreux, in Svizzera, con un piano ben preciso: registrare il loro nuovo album all’interno del Casinò, chiuso per l’inverno. Per farlo, si sono fatti prestare lo studio mobile dei Rolling Stones, ma il 4 dicembre, durante un concerto di Frank Zappa e le Mothers of Invention, succede l’impensabile: uno spettatore lancia un razzo segnaletico contro il soffitto e un incendio enorme distrugge tutto il Casinò.
I Deep Purple, rimasti senza un posto dove registrare, si spostano al teatro Pavilion. Purtroppo, però, i residenti si lamentano del rumore e la band viene cacciata. Trovano allora rifugio nel quasi deserto Grand Hotel e, con un po’ di ingegno, allestiscono uno studio di fortuna nei corridoi e nelle stanze. Materassi e luci rosse per l’isolamento e l’atmosfera giusta, e via con la musica.
“Machine Head” è un album fondamentale dell’hard rock anni ’70, che ha gettato le basi per il futuro heavy metal. Rispetto al precedente “In Rock”, il sound è più maturo, pulito e concentrato, con un perfetto equilibrio tra l’energia distorta e la precisione tecnica.
Il duo Blackmore-Lord è il fulcro dell’album. La chitarra elettrica Fender Stratocaster di Ritchie Blackmore e l’organo Hammond di Jon Lord (distorto attraverso un amplificatore Marshall) si intrecciano in un dialogo musicale coinvolgente, creando un muro sonoro potente. Si scambiano assoli che richiamano la musica classica e il blues, regalando momenti di pura emozione.
La sezione ritmica, composta dal basso di Roger Glover e dalla batteria dinamica, jazzata e velocissima di Ian Paice, è un motore implacabile che spinge ogni brano con energia. Il loro lavoro di squadra crea una base solida e coinvolgente per le melodie e gli assoli.
Ian Gillan, con la sua vocalità teatrale, offre una performance incredibile. Abbandona in parte i virtuosismi esasperati del passato per una linea vocale più controllata, ma allo stesso tempo potente, graffiante e ricca di carisma.
Ogni brano di Machine Head ha un suo perché per essere considerata un pezzo di storia, ma alcuni brani spiccano davvero per la loro qualità e per l’esecuzione impeccabile:
Highway Star è un pezzo nato quasi per scherzo sul retro di un tour bus, in risposta alla curiosità di un giornalista su come componessero, un brano che è un vero inno alla velocità che contiene due assoli leggendari: quello di organo di Jon Lord, ispirato a Bach, e quello di chitarra di Blackmore, costruito interamente su progressioni arpeggiate di stampo classico.
Lazy è un pezzo hard-blues monumentale di oltre sette minuti. Inizia con una lunga e psichedelica improvvisazione d’organo di Jon Lord, per poi sfociare in un groove travolgente in cui Gillan si cimenta anche con l’armonica a bocca.
Space Truckin’ è il pezzo fantascientifico per eccellenza dell’album. Sostenuto da un riff di basso pesantissimo e distorto, è un brano travolgente e martellante che, durante i concerti dal vivo, si trasforma nella base per lunghissime ed entusiasmanti improvvisazioni strumentali.
Anche se tutto l’album è di altissimo livello, la vera star per impatto culturale, storico e commerciale è Smoke on the Water. Il brano è costruito attorno a un riff di chitarra a quattro note (suonato da Blackmore pizzicando le corde a due a due, senza plettro) che è diventato il più famoso della storia della musica.
La genialità di “Smoke on the Water” sta proprio nella sua semplicità disarmante, che contrasta con la narrazione del testo. Non è una storia inventata, ma un resoconto quasi documentaristico di quello che è successo alla band a Montreux, l’incendio del casinò causato da “qualche stupido con una pistola lanciarazzi” (some stupid with a flare gun), l’eroico Claude Nobs che corre avanti e indietro per mettere in salvo i ragazzi (Funky Claude was running in and out), e lo studio mobile dei Rolling Stones parcheggiato fuori dal Grand Hotel.
Il titolo e la copertina iconica nascono da una combinazione di estetica industriale, un gioco di parole tecnico e una sessione fotografica d’emergenza ma geniale. Il termine “Machine Head” in inglese ha un doppio significato, la paletta della chitarra e del basso che nel gergo tecnico musicale, sono le chiavette meccaniche sulla paletta degli strumenti a corda, usate per accordarle. Tradotto come “Testa di macchina”, il titolo rifletteva la potenza sonora quasi meccanica, precisa e inarrestabile della band in quel periodo.
La copertina dell’album è una delle più famose dell’hard rock, ma la sua realizzazione fu artigianale e legata al budget limitato del bassista Roger Glover e del fotografo Shep Rosenberg.
Glover e Rosenberg presero una lastra di metallo lucido (un foglio di bronzo lucidato a specchio) e la portarono nei corridoi del Grand Hotel di Montreux, dove la band stava registrando.
Il fotografo si posizionò davanti alla band tenendo la lastra metallica davanti a sé. I membri dei Deep Purple si misero di fronte allo specchio e Rosenberg scattò la foto puntando l’obiettivo direttamente sul riflesso del metallo.
L’effetto allungato e distorto delle facce dei musicisti è dovuto alle naturali curvature e imperfezioni della lastra metallica. In particolare, il volto del chitarrista Ritchie Blackmore (in alto a destra) appare quasi spettrale, e si muoveva così tanto durante gli scatti che si vede chiaramente una scia di movimento.
Si tratta di un album leggendario, uno dei migliori non solo della band, ma di tutta la storia del rock. È stato un vero e proprio punto di svolta, definendo lo stile e il suono dell’hard rock moderno. Se In Rock del 1970 aveva segnato l’inizio della loro svolta più pesante, Machine Head ne è la perfetta evoluzione. Il disco è geniale perché prende l’energia grezza dei primi lavori e la incastra in strutture pop-rock pulite e accessibili, con un suono incredibilmente potente per l’epoca. Ogni canzone è un concentrato di riff indimenticabili e assoli che sono diventati un must per ogni chitarrista.
L’impatto di Machine Head è stato enorme. Insieme ai primi album dei Black Sabbath e dei Led Zeppelin, è considerato uno dei tre dischi che hanno dato vita all’heavy metal. Brani come Highway Star e Pictures of Home, con la loro velocità e precisione, contengono già i semi dello speed metal e del metal neoclassico che sarebbero esplosi negli anni ’80, influenzando chitarristi come Yngwie Malmsteen.
L’album vede anche la formazione Mark II dei Deep Purple al suo apice, poco prima che i contrasti interni, soprattutto tra Ritchie Blackmore e Ian Gillan, portassero alla rottura del gruppo. L’alchimia tra i musicisti, nata in quelle stanze d’hotel a Montreux, rimane una delle cose più belle del rock.
Machine Head è un capolavoro senza tempo, un disco fondamentale che non ha perso nulla della sua forza e che continua, a distanza di decenni, a ridefinire cosa significa potenza in musica. Essenziale.
La Mia Versione
Etichetta: Purple Records – 3635827, Universal Music Catalogue – 3635827, Purple Records – 0600753635827, Universal Music Catalogue – 0600753635827
Formato: Vinile, LP, Album, Reissue, Remastered, Stereo, Gatefold
Paese: Europe
Uscita: 2015
Genere: Rock
Stile: Hard Rock, Heavy Metal
Tracklist
A1 Highway Star 6:05
A2 Maybe I'm A Leo 4:51
A3 Pictures Of Home 5:03
A4 Never Before 3:56
B1 Smoke On The Water 5:40
B2 Lazy 7:19
B3 Space Truckin' 4:31
Lineup
Ian Gillan – voce, armonica
Ritchie Blackmore – chitarra
Jon Lord – organo Hammond, pianoforte e tastiere
Roger Glover – basso
Ian Paice – batteria e percussioni







