Non Solo Prog: Pearl di Janis Joplin, album del 1971.
“Pearl” è il secondo e ultimo album solista in studio dell’immensa Janis Joplin. L’album uscì tre mesi dopo la sua morte improvvisa per overdose il 4 ottobre 1970.
È considerato il suo capolavoro, che mette in luce la sua voce potente e grezza, la sua fragilità e la sua crescita artistica.
Prima di iniziare a registrare “Pearl” nell’autunno del 1970, Janis Joplin aveva già vissuto una carriera incredibile e leggendaria, diventando in pochi anni l’icona femminile della controcultura degli anni ’60 e la più grande voce bianca blues di sempre.
Nata a Port Arthur, in Texas, Janis si sentiva fuori posto e aveva una passione sfrenata per la musica folk e blues, con un debole per Bessie Smith e Odetta. Iniziò a suonare in piccoli locali texani, registrando qualche canzone per conto suo. Nel 1963 fece il grande passo e si trasferì a San Francisco, dove si immerse nello stile di vita beatnik e si scontrò per la prima volta con problemi di alcol e droghe.
Il vero cambiamento arrivò nel 1966, quando tornò in California per unirsi come cantante ai Big Brother and the Holding Company, una delle band più in voga del rock psichedelico di San Francisco. Con loro, Janis spopolò in tutto il mondo.
Al Festival di Monterey del 1967, la sua interpretazione di “Ball and Chain” (un pezzo di Big Mama Thornton) fu così intensa e toccante che lasciò tutti a bocca aperta, consacrandola come una vera star del rock. L’anno dopo, nel 1968, uscì il suo album Cheap Thrills, uno dei dischi più venduti dell’anno, grazie a hit indimenticabili come “Piece of My Heart” e la famosa cover blues di “Summertime”. L’album conquistò subito il primo posto nelle classifiche americane.
Sentendosi limitata dal punto di vista tecnico e musicale dai Big Brother, Janis decise di mettersi in proprio per esplorare sonorità più vicine al soul e al rhythm and blues della Stax Records, arricchendo la sezione strumentale con i fiati.
Nell’agosto del 1969, salì sul palco del mitico Festival di Woodstock, consacrandosi definitivamente come icona della sua generazione. Nonostante la voce fosse un po’ provata per via dei troppi eccessi dietro le quinte, la sua performance rimase indelebile.
L’esibizione di Janis Joplin è entrata nella leggenda, ma dietro le quinte si celava un’odissea psicologica e fisica di proporzioni epiche.
Janis arriva al festival in elicottero nel primo pomeriggio, insieme alla sua nuova band, la Kozmic Blues Band. Ma invece di salire subito sul palco, si ritrova bloccata nel backstage per più di dieci ore, vittima del caos organizzativo, del maltempo e dei ritardi accumulati dagli altri artisti, come gli Incredible String Band e i Canned Heat. Un’attesa estenuante, che metterebbe a dura prova i nervi di chiunque.
Per sopportare l’ansia crescente e l’attesa snervante, Janis si rifugia negli eccessi. Abusa di alcol, soprattutto del suo amato Southern Comfort, e di droga, in compagnia dell’amica Joan Baez e di altri musicisti. Una vera e propria trappola, che la porta a barcollare sull’orlo del collasso.
Quando finalmente, intorno alle 2:00 di notte, riesce a salire sul palco, Janis è visibilmente alterata. La sua voce è affaticata, raschiata, a tratti fuori controllo. Eppure, nonostante tutto, la sua esibizione è un’esplosione di carisma, magnetismo ed energia selvaggia. Brani come “Work Me, Lord” e “Ball and Chain” si trasformano in preghiere disperate, che ipnotizzano i 400.000 spettatori presenti.
Ma Janis non è soddisfatta della sua performance vocale. È così critica nei confronti di se stessa che vieta ai produttori di includere i suoi filmati e le sue tracce audio nel documentario ufficiale del festival, uscito nel 1970. Le sue riprese verranno recuperate e pubblicate solo molti anni dopo, nelle edizioni speciali per il trentesimo anniversario di Woodstock. Un’ulteriore testimonianza della sua incredibile sensibilità artistica e della sua lotta interiore.
Tornando al disco, dopo aver lasciato la Kozmic Blues Band nell’aprile del 1970, Janis Joplin mise insieme una nuova formazione itinerante, la Full Tilt Boogie Band. A differenza dei gruppi precedenti, questa band era composta da musicisti canadesi molto affiatati, che riuscivano a dare alle sue canzoni una struttura ritmica solida, pulita e decisamente più orientata al soul e al blues moderno. Per la prima volta, Janis si sentiva veramente apprezzata e supportata musicalmente.
A settembre del 1970, la band si trasferì ai famosi Sunset Sound Recorders di Hollywood per iniziare a registrare i brani. A guidare le sessioni in studio c’era Paul A. Rothchild, storico produttore dei The Doors. Rothchild instaurò un rapporto speciale con Janis, incoraggiandola a modulare la voce senza perdere la sua energia graffiante, ma dosando meglio le sfumature emotive. L’atmosfera in studio era incredibilmente rilassata, gioiosa e creativa.
Tra i brani chiave registrati in questo periodo, “Me and Bobby McGee” ha una storia particolare. Fu Kris Kristofferson, allora fidanzato ed amico di Janis, a farle sentire la canzone. Rothchild la convinse a registrarne una versione acustica e intima, ma allo stesso tempo potente. Kristofferson non sapeva nemmeno che Janis l’avesse incisa fino al giorno dopo la sua morte, rimanendone profondamente colpito.
Un’altra canzone importante è “Mercedes Benz”, nata quasi per caso. Scritto da Janis insieme al poeta Bob Neuwirth in un bar di Port Chester, il brano fu registrato in studio a cappella il 1° ottobre 1970, in un’unica e definitiva traccia. Sarà l’ultimo pezzo registrato in assoluto nella sua vita.
Il titolo dell’album “Pearl” (Perla) ha un significato molto personale ed è strettamente legato alla complessa psicologia di Janis Joplin.
“Pearl” era il soprannome che Janis si era data e che usava solo con i suoi amici più cari e i membri della Full Tilt Boogie Band. Era una seconda identità, una specie di corazza.
Janis Joplin soffriva molto per la solitudine e la pressione della fama. Diceva spesso una frase famosa: “Sul palco faccio l’amore con 25.000 persone, poi torno a casa da sola”. Creare l’alter-ego “Pearl” le permetteva di separare la ragazza vulnerabile del Texas dalla rockstar aggressiva e sessualizzata che il pubblico voleva vedere sul palco.
Il soprannome si riferiva anche al suo modo di vestire stravagante e lussuoso, con boa di piume colorate, occhiali tondi giganti, bracciali rumorosi e, ovviamente, lunghe collane di perle e perline. “Pearl” rappresentava perfettamente il suo personaggio pubblico: eccentrica, carismatica e regale.
Quando Janis morì improvvisamente nell’ottobre del 1970, il produttore Paul Rothchild, i manager e la band decisero che chiamare il disco postumo con il suo nome più intimo fosse il modo più sincero e affettuoso per renderle omaggio, mostrando al mondo la vera anima dietro la leggenda.
La copertina dell’album, scattata dal leggendario fotografo rock Barry Feinstein, è un’icona ormai. Feinstein, famoso per il suo stile intimo e spontaneo, aveva già immortalato momenti iconici come la copertina di “The Times They Are a-Changin’” di Bob Dylan e “All Things Must Pass” di George Harrison. Con Janis, però, c’era un legame speciale, fatto di fiducia e amicizia, che gli permise di catturare un’autenticità rara, lontana dalle solite pose promozionali.
La sessione si svolse a Hollywood nell’ottobre del 1970, pochi giorni prima della scomparsa improvvisa di Janis. L’atmosfera era intima e soffusa, perfetta per raccontare la sua anima bohémien. Janis è distesa su un sontuoso divano vittoriano in velluto nero, con intagli in legno che aggiungono un tocco di regale decadenza. L’arredamento, tardo-ottocentesco e un po’ eccentrico, rispecchia perfettamente il suo stile unico.
Indossa i vestiti del suo alter-ego “Pearl”: una camicia viola satinata sgargiante, pantaloni arancione acceso e un boa di piume rosa tra i capelli, che le dona un’aria maestosa e stravagante. Tra le mani tiene un bicchiere (con il suo immancabile Southern Comfort) e indossa i suoi caratteristici bracciali rigidi.
Ma ciò che rende questa immagine davvero iconica è lo sguardo di Janis. Guarda l’obiettivo con un sorriso sereno, rilassato e fiero. Niente rabbia o sofferenza, come nei suoi concerti; solo la pace di una donna che si sentiva finalmente padrona della sua musica e della sua vita, circondata dalla band ideale. Un’immagine che racchiude tutta la sua forza e la sua dolcezza.
Quando Janis ci ha lasciati il 4 ottobre, il disco era ancora in lavorazione e non c’era stato il tempo di fare altre foto. Quella foto di Feinstein, che all’inizio era solo un test, si è rivelata perfetta, quasi come se avesse visto il futuro.
La fotografia venne incorniciata in un riquadro semplice, con il titolo “Pearl” stampato in alto. Quell’immagine sul vinile è diventata subito il simbolo della sua eredità culturale: il ritratto perfetto di una regina del blues colta nel suo momento più bello, un attimo prima che il sipario calasse per sempre.
La registrazione del disco si fermò di colpo la notte del 4 ottobre 1970. Il giorno prima, la band aveva finito di registrare la musica di “Buried Alive in the Blues”. Janis doveva registrare la sua parte vocale il giorno dopo, ma purtroppo non si presentò mai in studio. Fu trovata senza vita nella stanza 105 del Landmark Motor Hotel, a causa di un’overdose di eroina.
Rothschild e la band decisero di non far cantare nessun altro e di includere il brano nell’album come pezzo strumentale, trasformandolo in un toccante e silenzioso addio. L’album fu poi pubblicato dopo la sua scomparsa nel gennaio del 1971.
Janis Joplin ha cambiato per sempre il ruolo delle donne nella musica, diventando una delle figure più rivoluzionarie e influenti del rock e del blues. Anche se la sua carriera è durata solo quattro anni, il suo impatto culturale e artistico ha abbattuto le barriere sociali e aperto la strada a generazioni di musicisti.
Prima di Janis, negli anni ’60, le donne nell’industria discografica erano quasi sempre cantanti pop rassicuranti o coriste che seguivano l’estetica maschile. Janis ha distrutto i canoni tradizionali di bellezza e comportamento dell’epoca:
Saliva sul palco senza trucco, con i capelli selvaggi e vestiti stravaganti.
Esprimeva una sessualità e un magnetismo liberi, aggressivi e fieri, rubando la scena ai colleghi maschi in un genere dominato da loro.
Influenzata da grandi pioniere del blues afroamericano, Janis ha portato nel rock una vocalità viscerale mai sentita prima da una cantante bianca. La sua tecnica unica univa una potenza vulcanica alla capacità di graffiare e spezzare la voce per trasmettere vulnerabilità, dolore e solitudine.
Diventata il volto femminile del movimento hippie e della Summer of Love di San Francisco, Janis è stata una pioniera della liberazione della donna. Il suo stile di vita anticonformista e la sua totale indipendenza artistica hanno dimostrato che una donna poteva guidare una rock band alle proprie condizioni, rifiutando qualsiasi forma di censura o sottomissione commerciale.
Senza il sentiero tracciato da lei, non avremmo avuto lo stesso tipo di evoluzione per moltissime artiste venute dopo. L’ho già detto e lo ripeto, Immensa.
La mia Versione
Etichetta: Columbia – 88697978251
Formato: Vinile, LP, Album, Reissue
Paese: Europe
Uscita: 12 giu 2020
Genere: Rock, Funk / Soul
Stile: Blues Rock, Soul
Tracklist
A1 Move Over 3:40
A2 Cry Baby 3:55
A3 A Woman Left Lonely 3:26
A4 Half Moon 3:50
A5 Buried Alive In The Blues 2:23
B1 My Baby 3:43
B2 Me & Bobby McGee 4:28
B3 Mercedes Benz 1:45
B4 Trust Me 3:14
B5 Get It While You Can 3:22
Lineup
Bass – Brad Campbell
Congas, Bongos – Bobbie Hall
Drums – Clark Pierson
Guitar – John Till
Organ – Ken Pearson
Piano – Richard Bell (4)
Producer – Paul A. Rothchild
Tambourine – Sandra Crouch





