Non Solo Prog: The Doors, album omonimo di debutto, del 1967.
L’album omonimo dei The Doors, semplicemente intitolato “The Doors”, è il loro leggendario disco d’esordio, uscito il 4 gennaio 1967 per la Elektra Records. È una pietra miliare del rock, capace di fondere in modo unico rock psichedelico, blues e poesia visionaria.
La storia di questo album è un mix di incontri fortuiti, serate pazzesche nei club di Los Angeles e intuizioni geniali che, in pochissimi mesi, hanno trasformato quattro ragazzi sconosciuti in icone generazionali.
E’ l’estate del ’65, la spiaggia di Venice Beach è un tripudio di sole, mare e gente che si diverte. Due studenti di cinema dell’UCLA, Jim Morrison e Ray Manzarek, si incontrano per caso, come succede spesso in questi posti magici. Jim, con un sorriso enigmatico, confida a Ray di avere delle canzoni che gli frullano in testa e gli canta i primi versi di “Moonlight Drive”. Ray, colpito dalla forza e dalla poesia del testo, non ci pensa due volte e gli propone subito di mettere su una band.
A loro si uniscono presto John Densmore, un batterista con un’energia travolgente, e Robby Krieger, un chitarrista che sa spaziare dal jazz al flamenco con una facilità disarmante. Tutti e quattro provengono da una formazione di meditazione trascendentale, il che spiega forse quella connessione speciale e quella creatività così esplosiva. Ricetta perfetta per una band destinata a fare la storia.
Nel 1966, i Doors sono una band emergente e si aggiudicano una residenza fissa come “house band” al mitico Whisky a Go Go sul Sunset Strip, uno dei locali più in voga di Los Angeles. È qui che la band affina il suo sound ipnotico e teatrale, suonando sera dopo sera e allungando i brani con improvvisazioni strumentali per riempire le serate. È in questo ambiente che canzoni come “Light My Fire” e “The End” prendono la loro forma definitiva, diventando dei veri e propri capolavori.
Ma ecco che arriva l’agosto del 1966, e la band viene licenziata in tronco dal proprietario del locale. Durante l’esecuzione di “The End”, Jim Morrison, sotto l’effetto di sostanze psichedeliche, improvvisa per la prima volta la celebre e controversa sezione recitata edipica. Il pubblico rimane a bocca aperta, ma tra la folla c’è Jac Holzman, il fondatore della Elektra Records, che intuisce subito il potenziale immenso dei Doors e decide di metterli sotto contratto. E così, da un licenziamento inaspettato, nasce una delle band più iconiche della storia della musica.
In soli sei giorni, i Doors registrano un album che diventerà leggenda. A guidarli, il produttore Paul A. Rothchild e l’ingegnere del suono Bruce Botnick. L’atmosfera è elettrica, e le registrazioni catturano alla perfezione l’energia live della band.
Molti brani vengono incisi in un unico colpo con pochissime sovraincisioni. Un approccio diretto e spontaneo che rispecchia perfettamente lo spirito del gruppo. E poi c’è “The End”, un pezzo epico registrato completamente dal vivo in studio, al buio, illuminato solo da una candela. Morrison, in uno stato di trance sciamanica, guida la band in un viaggio musicale intenso e coinvolgente. Botnick ricorderà in seguito che, alla fine della registrazione, nessuno in studio riusciva a parlare per l’intensità del momento.
I Doors, all’epoca, non avevano un bassista fisso. Manzarek suonava le linee di basso con la mano sinistra su un Fender Rhodes Piano Bass. Per dare più corpo al suono del vinile, in studio venne reclutato il turnista Larry Knechtel, che raddoppiò alcune linee di basso. Un tocco che ha contribuito a creare il sound unico dei Doors.
L’album è uscito il 4 gennaio 1967. All’inizio, le vendite non andavano benissimo, soprattutto con il primo singolo, “Break On Through”. Ma poi, a maggio, la Elektra ha avuto un’idea geniale: pubblicare una versione più corta di “Light My Fire” per le radio, senza i lunghi assoli di tastiera e chitarra. Il singolo è diventato numero 1 della classifica Billboard. Questo ha fatto sì che l’intero album diventasse un successo mondiale, consacrando i Doors come una delle band più importanti del rock.
La storia di questo album è anche quella della censura che lo ha immediatamente accerchiato. I testi provocatori di Jim Morrison e l’atteggiamento ribelle della band si scontravano con le norme conservatrici dell’America degli anni ’60.
Ecco alcuni dei momenti più eclatanti legati a questo disco:
Durante le registrazioni, la Elektra Records chiese alla band di fare qualche cambiamento ai testi per evitare problemi con le radio e i negozi.
In “Break On Through (To the Other Side)”, la frase “She gets high” fu modificata per evitare riferimenti al consumo di droga. La parola originale è tornata nelle edizioni rimasterizzate e nei mix digitali dal 1999.
In “The End”, la parola “Fuck” nella sezione recitata fu resa quasi impercettibile per evitare che l’album venisse ritirato.
Il 17 settembre 1967, i The Doors furono invitati a suonare “Light My Fire” al The Ed Sullivan Show, il programma televisivo più importante d’America.
Poco prima della diretta, i produttori chiesero a Morrison di cambiare il verso “Girl, we couldn’t get much higher” in “Girl, we couldn’t get much better”, perché la parola “higher” era considerata un riferimento al consumo di stupefacenti.
La band fece finta di essere d’accordo per non farsi cancellare l’esibizione. Ma durante la diretta televisiva, davanti a milioni di americani, Jim Morrison cantò il testo originale, scandendo la parola “higher” con forza e guardando dritto in camera.
Nel backstage, Ed Sullivan era furioso e si rifiutò di stringere la mano alla band. Un produttore andò nel camerino dei Doors dicendo: “Il signor Sullivan voleva che veniste per altre sei serate, ma non suonerete mai più in questo show”. Morrison, tranquillo, rispose: “Ehi amico, abbiamo appena fatto l’Ed Sullivan Show”.
Oltre alla censura dei testi, “Light My Fire” subì anche una sorta di censura commerciale. La versione originale dell’album durava più di 7 minuti, un’eternità per le radio dell’epoca, che trasmettevano soprattutto singoli pop di massimo 3 minuti. Per far sì che la canzone venisse trasmessa, la Elektra fu costretta a tagliare la parte centrale, eliminando completamente gli assoli di organo di Ray Manzarek e di chitarra di Robby Krieger. Anche se la band protestò per lo stravolgimento della loro canzone, fu proprio questa versione più corta a portare i Doors in cima alle classifiche.
La storia dietro “Light My Fire” è davvero incredibile, soprattutto se si pensa che è stata la prima canzone scritta da Robby Krieger in assoluto. Fino all’estate del 1966, Jim Morrison era l’unico autore dei testi e delle musiche dei Doors. Ma Morrison si è accorto che non avevano abbastanza canzoni per le serate nei club e che scrivere tutto da solo era diventato un po’ pesante. Durante una prova, ha detto agli altri: “Ehi, provate a scrivere qualcosa anche voi, ci servono più canzoni!”.
Krieger ha preso l’invito sul serio e ha composto “Light My Fire” con delle idee davvero brillanti. Tornato a casa, ha deciso di scrivere qualcosa che parlasse di uno dei quattro elementi: terra, aria, acqua o fuoco. Ha scelto il fuoco perché lo affascinava il contrasto tra distruzione e passione.
Musicalmente, voleva un pezzo che suonasse rock ma con una struttura complessa. Così ha usato accordi minori e maggiori (soprattutto La minore e Fa diesis minore), una combinazione insolita per il pop-rock dell’epoca che ha dato alla canzone quel sound ipnotico, sospeso e malinconico.
Krieger non era un chitarrista rock classico. Suonava la chitarra classica e il flamenco, generi che suonava senza plettro (con il fingerpicking). E poi, era un grande appassionato di jazz. Per la parte centrale di “Light My Fire”, si è ispirato alla versione jazz di “My Favorite Things” di John Coltrane. Voleva creare una base musicale che permettesse di improvvisare tanto.
Questo brano è un vero capolavoro, nato dalla collaborazione e dagli arrangiamenti dei membri della band. Ray Manzarek ha creato l’iconica e travolgente introduzione di organo Vox Continental, ispirandosi ai canoni della musica classica, in particolare a Johann Sebastian Bach. Jim Morrison ha apportato delle modifiche al testo di Krieger, aggiungendo la celebre strofa centrale, decisamente più oscura e poetica (“Our love becomes a funeral pyre…” / Il nostro amore diventa una pira funeraria). Infine, John Densmore ha dato al brano una forte spinta ritmica, inserendo un accento bossa nova sulla strofa e poi facendo esplodere il pezzo in un rock serrato durante il ritornello e gli assoli.
Spesso etichettato come rock psichedelico, l’album in realtà è un mix di generi diversi, che lo rende un’opera quasi pionieristica.
Mentre la Summer of Love del 1967 celebrava il “Flower Power”, l’ottimismo e i colori sgargianti, l’esordio dei Doors ci ha regalato una psichedelia oscura, notturna e claustrofobica. Brani come “The End” o “The Crystal Ship” hanno portato nel rock una forte dose di teatralità e sciamanesimo. La loro musica non era solo una serie di accordi, ma un tappeto sonoro ipnotico pensato per accompagnare le declamazioni poetiche di Jim Morrison, trasformando la canzone rock in una performance d’avanguardia o in un vero e proprio rituale.
L’album è un perfetto equilibrio tra due stili: da un lato ci sono canzoni pop-rock immediate e perfette per la radio (tipo “Break On Through” o “I Looked At You”), che dimostrano una grande capacità di creare melodie orecchiabili. Dall’altro lato ci sono lunghe suite improvvisate (come le versioni complete di “Light My Fire” e “The End”), dove la band si lascia andare e abbandona la struttura classica strofa-ritornello per esplorare jam strumentali modali, ispirate alle lunghe improvvisazioni jazz di John Coltrane.
Potei riassumerne lo stile come un blues psichedelico con un tocco di mistero, sorretto da una tecnica strumentale jazzistica e guidato da una visione letteraria ed estetica teatrale.
The End, l’ultimo brano dell’album, è un vero e proprio capolavoro, una delle vette più alte del rock. Con i suoi 11 minuti e 41 secondi, non è una semplice canzone, ma un’opera d’arte che fonde psichedelia, teatro d’avanguardia, filosofia e sciamanesimo.
Musicalmente, The End ha una struttura circolare e ipnotica. Robby Krieger si ispira alla musica classica indiana (i Raga) e allo stile di Ravi Shankar, invece dei classici giri di accordi occidentali. La chitarra e l’organo di Manzarek creano un tappeto sonoro continuo, sopra il quale si sviluppa un’andatura lenta e drammatica. La batteria di John Densmore non tiene semplicemente il tempo, ma asseconda le parole di Morrison come in un rituale tribale, crescendo di intensità fino all’esplosione finale.
Il testo di The End nacque come una semplice canzone d’addio di Morrison a una fidanzata (“This is the end, beautiful friend…”). Ma sera dopo sera sul palco del Whisky a Go Go, il brano si arricchì di improvvisazioni poetiche sempre più complesse, fino a toccare temi universali come la morte, il viaggio spirituale e il mito. La sezione centrale contiene la famosa recitazione ispirata alla tragedia dell’Edipo Re di Sofocle (“Father? Yes son. I want to kill you. Mother? I want to… fuck you”). Con questi versi, Morrison mise in scena il dramma psicanalitico della liberazione dai legami familiari, un urlo primordiale che scandalizzò l’America puritana dell’epoca e che portò al licenziamento della band dal locale.
La registrazione di The End, avvenuta ai Sunset Sound Studios di Hollywood nell'agosto del 1966, è uno dei momenti più mitizzati e folli della storia del rock. Non si trattò di una normale sessione di incisione, ma di una vera e propria seduta spiritica musicale ad altissima tensione psicologica.
Il produttore Paul A. Rothchild e l'ingegnere del suono Bruce Botnick capirono subito che The End non poteva essere registrata a pezzi o con la luce artificiale dello studio. Per catturare la natura rituale del brano, decisero di spegnere tutte le luci dei Sunset Sound.
Lo studio venne illuminato soltanto da una singola candela accesa vicino a Jim Morrison. La band iniziò a suonare completamente dal vivo, al buio, improvvisando nell'oscurità. Morrison entrò in uno stato di vera e propria trance sciamanica, muovendosi e sussurrando al microfono. La band lo seguì a occhi chiusi, ipnotizzata dal flusso sonoro.
Morrison si era presentato in studio sotto l'effetto di una dose massiccia di LSD. Durante gli oltre 11 minuti di registrazione, l'atmosfera divenne così densa e inquietante che l'ingegnere del suono Bruce Botnick racconterà in seguito di aver spento le luci della sala comandi e di essere rimasto immobile: "Fu un'esperienza extracorporea. Nessuno parlava. Finita la canzone, l'emozione in sala era così violenta che rimanemmo tutti in silenzio per diversi minuti. Avevamo i brividi".
Il brano che sentiamo oggi sull'album è esattamente la seconda ripresa (take 2) di quella notte, registrata d'un fiato e senza alcun montaggio successivo.
Se la sessione ufficiale si era conclusa con una magia irreale, la notte prese una piega decisamente più selvaggia. Finita l'incisione, la band e i tecnici lasciarono lo studio intorno alla mezzanotte. Morrison, ancora completamente alterato dall'acido e in preda a un delirio mistico, decise di ritornare ai Sunset Sound da solo nel cuore della notte.
Riuscì a entrare di nascosto o a convincere il guardiano notturno.
In preda a visioni, afferrò un estintore e iniziò a spruzzare schiuma chimica ovunque, ricoprendo i costosi banchi di missaggio, i microfoni e gli strumenti musicali.
Non contento, si spogliò completamente e si mise a ballare nudo nello studio, convinto di officiare un rituale di purificazione dal fuoco.
Il mattino seguente, il proprietario dello studio e il produttore Paul Rothchild trovarono il locale devastato e danni per migliaia di dollari. Rothchild, furioso, chiamò Morrison, il quale non ricordava assolutamente nulla dell'accaduto. Nonostante la rabbia per il disastro, quando Rothchild riascoltò il nastro registrato poche ore prima della devastazione, capì che avevano tra le mani un capolavoro assoluto e decise di perdonare il cantante.
Questa notte folle ha segnato per sempre il mito dei Doors.
Oltre ai due colossi Light My Fire e The End, l'album d'esordio dei The Doors è un mosaico perfetto dove ogni singola traccia contribuisce a creare quell'atmosfera ipnotica e misteriosa.Ecco gli altri pezzi imprescindibili del disco.
The Crystal Ship: Una delle ballate più belle e malinconiche di Jim Morrison, dedicata alla sua prima vera ragazza, Mary Werbelow. Navi di cristallo e baci d’addio, con il pianoforte e l’organo di Manzarek che creano un’atmosfera sospesa. La voce di Morrison è al suo apice, calda e controllata, perfetta.
End of the Night: Un pezzo psichedelico secondo me sottovalutato, forse il più puro dell’album. Il testo è ispirato alla letteratura, in particolare al romanzo “Viaggio al termine della notte” di Céline e alle poesie di William Blake. La chitarra slide di Robby Krieger sibila come un fantasma, creando un senso di mistero notturno.
Soul Kitchen: Un tributo ruvido e blues a un ristorante di cucina casalinga di Venice Beach, l’Olivia’s, dove Morrison passava le giornate da senzatetto. Diventato un classico dei loro concerti, il brano si basa su un giro di basso-tastiera micidiale di Manzarek e su un testo che invita a “scaldarsi l’anima” prima di tornare nella notte fredda.
“Twentieth Century Fox” è un brano rock ironico e ritmato che mette in luce il lato più pop e graffiante della band. Il testo gioca con il doppio senso tra la nota casa di produzione cinematografica di Hollywood e lo slang dell’epoca, dove “fox” indicava una ragazza attraente. Descrive una donna moderna, alla moda, ma cinica e priva di emozioni.
Alabama Song (Whiskey Bar): I Doors si cimentano con un pezzo d’opera del 1927 di Bertolt Brecht e Kurt Weill, trasformandolo in un’esperienza cabaret-psichedelica davvero unica. Per creare quel suono surreale da fiera o circo un po’ storto, Ray Manzarek usa la marxophone, uno strumento a corde piuttosto raro nel rock, al posto dell’organo.
Back Door Man: I Doors reinterpretano un classico blues di Willie Dixon, un pezzo leggendario. Se l’originale era un tipico Chicago blues, la loro versione lo elettrifica, rendendolo torbido e minaccioso. Diventa il simbolo perfetto della spavalderia sessuale e selvaggia di Morrison sul palco.
L’album è un vero e proprio pilastro della musica moderna. Anche dopo decenni, continua a essere considerato uno dei debutti più influenti e rivoluzionari di sempre. Questo disco non ha solo ridefinito il rock, ma ha anche lasciato un segno indelebile sull’estetica, la cultura pop e l’attitudine di generazioni future.
Senza questo album, generi come il gothic rock, il post-punk e la new wave degli anni ’70 e ’80 potrebbero non essere mai nati. Artisti e band come Joy Division, The Cure, Siouxsie and the Banshees, Echo & the Bunnymen e Patti Smith hanno tutti citato le atmosfere intense di “The End” e il canto baritonale e teatrale di Jim Morrison come fonte di ispirazione.
Jim Morrison, con le sue tracce, ha reinventato la figura del frontman moderno, trasformandolo in una sorta di sciamano, poeta e provocatore. Prima di lui, i cantanti rock erano principalmente intrattenitori; dopo di lui, il palco è diventato un teatro d’avanguardia psicologico e politico. Il suo stile visivo, con i famosi pantaloni di pelle e lo sguardo magnetico, e la sua attitudine ribelle hanno influenzato un’infinità di artisti, da Iggy Pop a Michael Hutchence (INXS), fino a Eddie Vedder (Pearl Jam) e Scott Weiland (Stone Temple Pilots).
Questo album ha dimostrato al mondo che la musica rock poteva possedere lo stesso peso intellettuale della grande letteratura. Morrison ha sdoganato nei testi i riferimenti a William Blake, Friedrich Nietzsche, Arthur Rimbaud e alla psicanalisi di Sigmund Freud, trasformando la canzone pop in un testo da analizzare. Inoltre, il background cinematografico dei membri ha introdotto una struttura "visiva" e narrativa nei brani (basti pensare all'uso cinematografico di The End in Apocalypse Now), cambiando per sempre il modo di comporre la musica.
Dopo il loro album d’esordio, la carriera dei Doors è stata una vera e propria corsa sfrenata, piena di momenti intensi e indimenticabili. Purtroppo, questa avventura si è conclusa con la tragica scomparsa del loro frontman, Jim Morrison.
Strange Days (Ottobre 1967): Uscito lo stesso anno del debutto, questo album prosegue le sonorità psichedeliche e un po’ misteriose che hanno reso famosi i Doors. Contiene pezzi indimenticabili come “People Are Strange” e “When the Music’s Over”.
Waiting for the Sun (1968): Questo album ha portato i Doors per la prima volta al numero 1 nella classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti, grazie al successo del singolo pop-rock “Hello, I Love You”.
The Soft Parade (1969): È stato il disco più controverso della band, perché hanno sperimentato con fiati, archi e arrangiamenti orchestrali, orchestrati da Paul Rothchild.
Morrison Hotel (1970): Dopo i problemi legali di Morrison, che era stato arrestato sul palco a Miami nel 1969 per atti osceni, la band ha deciso di abbandonare le orchestrazioni e tornare a un rock-blues più viscerale, ruvido e potente. Questo album si apre con la celebre “Roadhouse Blues”.
L.A. Woman (Aprile 1971): Questo è stato il sesto e ultimo album inciso con la formazione originale. È un trionfo blues registrato quasi interamente in modo analogico e live nel loro studio privato. Contiene pietre miliari assolute come “Riders on the Storm”, “Love Her Madly” e la stessa title-track “L.A. Woman”.
Dopo aver finito di mixare “L.A. Woman”, Jim Morrison, stanco dei processi, dell’alcol e della pressione della fama, decise di prendersi una pausa dalla musica e trasferirsi a Parigi nel marzo del 1971. Voleva lasciarsi alle spalle gli eccessi e dedicarsi alla sua vera passione: la poesia.
A Parigi, Jim visse nel quartiere del Marais con la sua fidanzata, Pamela Courson. Purtroppo, questa pausa non durò a lungo. La mattina del 3 luglio 1971, Jim fu trovato senza vita nella vasca da bagno del suo appartamento. Aveva solo 27 anni e, purtroppo, entrò a far parte del “Club 27”, insieme a Jimi Hendrix e Janis Joplin, scomparsi poco prima di lui.
La morte di Jim Morrison è ancora oggi avvolta nel mistero e nel mito.
Il medico legale francese dichiarò la morte per “arresto cardiaco” causato da problemi respiratori e non ritenne necessaria un’autopsia. Questo ha alimentato subito le speculazioni su una possibile overdose da eroina o su un malore avvenuto in un famoso locale parigino (il Rock ’n’ Roll Circus) e poi coperto.
La notizia della sua morte fu tenuta nascosta ai media per sei giorni. Solo pochissimi amici intimi parteciparono alla sepoltura privata nel famoso cimitero di Père Lachaise a Parigi, dove la sua tomba è ancora oggi una delle mete di pellegrinaggio più visitate al mondo.
L’album “The Doors” è sempre presente nella top 50 dei 500 migliori album di tutti i tempi secondo Rolling Stone, e nel 2015 è stato inserito nel National Recording Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti per il suo immenso valore culturale, storico ed estetico.
Brani come “Light My Fire” continuano a macinare centinaia di milioni di ascolti sulle piattaforme di streaming, dimostrando che la loro musica attraversa le generazioni senza tempo.
I Doors hanno preso il rock ’n’ roll delle origini e lo hanno trasformato in un’arte matura, affascinante e immortale. Ed hanno iniziato a farlo con questo disco. Essenziale.
La Mia Versione
Etichetta: Elektra – 8122-79865-0, Rhino Vinyl – 8122-79865-0
Formato: Vinile, LP, Album, Reissue, Stereo, 180 Gram
Paese: Europe
Uscita: 14 set 2009
Tracklist
A1 Break On Through (To The Other Side) 2:25
A2 Soul Kitchen 3:30
A3 The Crystal Ship 2:30
A4 Twentieth Century Fox 2:30
A5 Alabama Song (Whisky Bar) 3:15
A6 Light My Fire 6:50
B1 Back Door Man 3:30
B2 I Looked At You 2:18
B3 End Of The Night 2:49
B4 Take It As It Comes 2:13
B5 The End 11:35
Lineup
Drums – John Densmore
Guitar – Robby Krieger
Organ, Piano, Bass – Ray Manzarek
Vocals – Jim Morrison








