Western Culture degli Henry Cow album del 1979.
Western Culture, il quinto e ultimo album degli Henry Cow, l’addio musicale e spirituale della band, uscito dopo che si erano sciolti. È decisamente un pilastro del Rock In Opposition (RIO) e dell’avant-prog in tutto il mondo.
La creazione di Western Culture è legata alla fine degli Henry Cow, dovuta a una forte divisione artistica.
Nel gennaio del 1978, la band è andata in studio in Svizzera per registrare il quinto album ma c’erano dei grossi disaccordi sui brani: gran parte del materiale, con testi di Chris Cutler e Fred Frith, non piaceva a una parte del gruppo perché non era considerata in linea con lo stile degli Henry Cow.
Per risolvere il problema, gli stessi brani sono stati usati per un nuovo progetto, gli Art Bears, con l’album Hopes and Fears.
Questo compromesso ha comunque segnato la fine ufficiale degli Henry Cow. Subito dopo le registrazioni, i musicisti hanno preso strade diverse. L’album è rimasto “in archivio” per un anno, per poi uscire nel 1979.
Nella band c’erano Tim Hodgkinson all’organo, sax alto e clarinetto, Lindsay Cooper al fagotto, oboe e sax soprano, Fred Frith alle chitarre e al basso, Chris Cutler alla batteria, percussioni e rumori, e Anne-Marie Roelofs al trombone e violino, ospite fissa durante le sessioni estive.
Il titolo “Western Culture” (in italiano “Cultura Occidentale”) non è stato scelto a caso, ma rappresenta il manifesto politico, filosofico e artistico degli Henry Cow negli ultimi mesi della loro carriera. Gli Henry Cow erano, come noto, un gruppo apertamente marxista e di estrema sinistra. Per loro, la “Cultura Occidentale” non era qualcosa da celebrare, ma un sistema in profonda crisi morale, economica e sociale.
L’album aspira ad essere la colonna sonora della decadenza dell’Occidente capitalista, come si evince dai titoli dei brani del Lato A (scritti da Tim Hodgkinson), che raccontano di fatto una storia:
“Industry” (Industria): l’alienazione delle fabbriche e la produzione di massa.
“The Decay of Cities” (La decadenza delle città): l’urbanizzazione selvaggia e il declino dei centri urbani occidentali.
“On the Ground” (A terra): il collasso finale di questo modello.
Nel marzo del 1978, pochi mesi prima di registrare l’album, gli Henry Cow organizzarono a Londra il primo festival del Rock In Opposition. Il movimento riuniva band europee unite da due cose: l’opposizione all’industria discografica commerciale e l’opposizione all’egemonia culturale americana e britannica nel rock.
Col titolo “Western Culture”, la band ironizzava e rifletteva criticamente su come l’Occidente industrializzato colonizzava la cultura globale, trasformando l’arte in una semplice merce. Il titolo è quindi un paradosso intellettuale. Se da un lato il gruppo criticava la società occidentale, dall’altro la musica di questo disco è profondamente legata alla tradizione colta del Novecento europeo. Le composizioni di Lindsay Cooper e Tim Hodgkinson, infatti, fondono il rock con la musica classica contemporanea, la musica d’avanguardia e il jazz europeo, rifiutando i cliché del blues-rock americano. È quindi, a tutti gli effetti, un’analisi della cultura occidentale fatta dall’interno della sua stessa tradizione musicale.
Western Culture, a differenza dei lavori precedenti, è un album completamente strumentale. Con l’uscita della cantante Dagmar Krause dal gruppo, la band ha avuto la libertà di esplorare partiture matematiche e di una complessità incredibile.
Questo album rappresenta il culmine e la definizione perfetta del genere Avant-Prog (progressive d’avanguardia) e del Rock In Opposition (RIO). È un disco strumentale, con una struttura così complessa da abbattere ogni confine tra rock e musica colta del Novecento.
Si tratta di uno dei primi e più importanti esempi di “rock cameristico”. La classica sezione ritmica rock (chitarra, basso, batteria) non suona i soliti riff o groove, ma interagisce alla pari con strumenti a fiato da orchestra, in particolare il fagotto e l’oboe di Lindsay Cooper. Il risultato è un suono acustico, denso e rigoroso, ben lontano dal rock psichedelico o dal progressive sinfonico dell’epoca.
Le composizioni musicali rifiutano la struttura classica “strofa-ritornello” e l’improvvisazione jazzistica libera (free-jazz) che caratterizzavano i loro primi album. Qui tutto è meticolosamente scritto e orchestrato. La band utilizza tempi dispari e asimmetrici continui, poliritmia, con la batteria di Chris Cutler che spesso suona metri diversi rispetto agli strumenti melodici, dissonanze e atonalità, influenzate direttamente dalla musica classica contemporanea (soprattutto da compositori come Igor Stravinsky, Béla Bartók e la Seconda scuola di Vienna di Arnold Schönberg).
L’assenza di una voce solista mette in risalto le personalità dei due compositori principali, creando due atmosfere distinte ma complementari:
Il lato di Tim Hodgkinson (Atmosfere industriali): Brani come Industry introducono sonorità cupe, abrasive e quasi proto-industriali. L’uso di organi distorti, chitarre noise e dinamiche violente evoca il rumore e l’alienazione delle fabbriche.
Lindsay Cooper, con il suo lirismo d’avanguardia, ci regala brani come “Gretel’s Tale”, dove la sua scrittura si fa più geometrica, accademica e teatrale. Anche se a tratti atonale, la musica trasuda una forte sensibilità melodica, frammentata e intensa, perfetta per il cinema d’avanguardia o il teatro espressionista.
I Sunrise Studios in Svizzera diventano un vero e proprio strumento musicale nelle mani della band. Grazie al genio del tecnico del suono Etienne Conod, si sperimentano tecniche di montaggio, sovraincisioni e manipolazione dei nastri, creando un mosaico sonoro complesso e affascinante, quasi impossibile da replicare dal vivo.
“Industry”, la traccia d’apertura dell’album, è un vero capolavoro composto da Tim Hodgkinson. È a mio avviso il pezzo forte del disco e uno dei migliori lavori degli Henry Cow. Questo brano cattura in modo brillante la spietatezza, la ripetitività e l’alienazione del lavoro in fabbrica nella società capitalista occidentale. Il pezzo inizia con uno stridore acuto e dissonante di organo elettrico, seguito subito dai pattern matematici di batteria di Chris Cutler. Violini e fiati si intrecciano come ingranaggi industriali che stridono e si fondono, mentre la chitarra di Fred Frith aggiunge sprazzi taglienti e abrasivi. Negli ultimi cinquanta secondi, la traccia accumula una tensione e una violenza sonora incredibili, sfociando in un delirio free-rock liberatorio prima di interrompersi bruscamente, lasciando con un senso di vuoto e shock.
Western Culture è a mio avviso il vero capolavoro degli Henry Cow e uno dei dischi più importanti dell’avanguardia di sempre che, a distanza di anni, continua a essere un album fondamentale: mentre gran parte del progressive nel 1978/1979 sembrava già superato dall’arrivo del punk e della new wave, Western Culture suona incredibilmente moderno ancora oggi. Le sue atmosfere aspre, i ritmi spezzati e le sonorità industriali hanno anticipato di anni il post-punk più intellettuale, il math-rock e la musica industriale degli anni ’90.
Mentre molte band storiche si scioglievano dopo un periodo di calo creativo, gli Henry Cow si sono separati al top, al massimo della loro forma. Nonostante le forti tensioni interne che li stavano portando alla rottura, sono riusciti a trasformare quella rabbia e frustrazione in un’opera di una lucidità e rigore impressionanti.
Se i loro dischi precedenti contenevano ancora elementi di improvvisazione jazz o psichedelia tipici degli anni ’70, Western Culture li ha abbandonati per creare una formula completamente nuova. È l’album che ha definito il genere Avant-Prog, dimostrando che gli strumenti possono dialogare con i fiati della musica classica senza cadere nei cliché pomposi del prog sinfonico classico.
Non è un disco facile. L’assenza di testi, di melodie orecchiabili e l’uso continuo di dissonanze richiedono un ascolto attivo e molto concentrato. Però, per chi vuole esplorare i confini più colti e rivoluzionari della musica, è un’opera monumentale indispensabile. Essenziale.
La Mia Versione
Etichetta: ReR Megacorp – ReR VHC4
Formato: Vinile, LP, Album, Limited Edition, Misprint, Reissue, Remastered, 180g
Paese: UK
Uscita: 23 giu 2016
Tracklist
History & Prospects
A1 Industry 6:57
A2 The Decay Of Cities 6:56
A3 On The Raft 4:01
Day By Day
A4 Falling Away 7:39
B1 Gretel's Tale 3:58
B2 Look Back 1:20
B3 1/2 The Sky 5:07
Lineup
Bassoon, Oboe, Soprano Saxophone, Recorder [Sopranino Recorders] – Lindsay Cooper
Drums, Electronic Drums [Electric Drums], Noises [Noise], Cover [Etc.] – Chris Cutler
Electric Guitar, Acoustic Guitar, Bass, Banjo – Fred Frith
Guest [Also], Trombone, Violin – Anne-Marie Roelofs
Organ [Organs], Alto Saxophone, Clarinet – Tim Hodgkinson






